LA VITA E LA MORTE E’ FINANZIATA DAL SSN


DALLA FECONDAZIONE ASSISTITA PER LE DONNE OLTRE I 40 ANNI FINO ALL’EUTANASIA, L’INTERVENTO DELLO STATO SI ESTENDE SU ENTRAMBE LE ESTREMITÀ DELL’ ESISTENZA. MA LA VERA SFIDA È COMPRENDERE PERCHÉ SI INTERVIENE SULLE CONSEGUENZE SENZA AFFRONTARE LE CAUSE SOCIALI ED ECONOMICHE CHE LIMITANO LA NATALITÀ.

In Italia, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) si fa carico di due aspetti cruciali dell’esistenza umana: la nascita e la morte. Da un lato, con l’ultima normativa sulla procreazione medicalmente assistita, le donne non più naturalmente fertili per ragioni anagrafiche possono accedere alla fecondazione assistita con copertura pubblica. Dall’altro, la Regione Toscana ha recentemente approvato una legge che permette il finanziamento dell’eutanasia con fondi pubblici.
Due misure che, per quanto opposte, seguono una stessa logica: lo Stato interviene laddove la natura non arriva più. Se il corpo non è più in grado di generare una vita, la scienza offre un’alternativa.

Se la vita diventa insostenibile, la società offre un’uscita regolamentata. Nulla da eccepire sul principio, ma la vera domanda è un’altra: perché lo Stato finanzia le conseguenze senza intervenire sulle cause?
L’Italia è un paese dove i giovani raggiungono l’indipendenza economica sempre più tardi, spesso oltre i 40 anni. Questo è il vero freno alla natalità. Non è solo una questione biologica: le donne rimandano la maternità perché non possono permettersi di avere figli prima. Così, quando il tempo biologico si esaurisce, interviene la scienza, con costi a carico del SSN.

Se lo Stato si impegna a garantire la possibilità di diventare genitori anche dopo la fertilità naturale, perché non investire prima, creando condizioni economiche che permettano alle persone di fare figli in età giovanile, come natura vorrebbe?
La soluzione non può limitarsi a interventi di tipo medico. È necessaria una politica sociale che favorisca l’indipendenza economica dei giovani entro i 30 anni. E qui entrano in gioco i sindacati, che possono fare da ponte tra Stato e società, promuovendo una politica contrattuale più inclusiva per le nuove generazioni.
La Confederazione Nazionale Conapi si è già espressa su questa necessità e intende impegnarsi attivamente per sostenere una politica sindacale che renda i giovani autonomi economicamente prima dei 40 anni.

Questo significa promuovere contratti più stabili, salari adeguati e un accesso al mondo del lavoro che non costringa a decenni di precarietà.
Sostenere la natalità attraverso la fecondazione assistita e garantire il diritto a una morte dignitosa sono temi su cui il dibattito morale è aperto. Ma il vero punto è che queste misure restano soluzioni a posteriori.
Forse, prima di finanziare la scienza per risolvere i problemi creati dal sistema sociale ed economico, bisognerebbe cambiare quel sistema stesso. E su questo, più che la medicina, dovrebbero intervenire la politica e il mondo del lavoro.

UN MONDO DI SOLI DIRITTI: L’UTOPIA DELL’EGOISMO SOCIALE


L’ILLUSIONE DEL “DIRITTO PER TUTTI” SENZA RESPONSABILITA’ COLLETTIVA

Un mondo di soli diritti: il titolo è già di per sé un paradosso, un’utopia destinata a sgretolarsi di fronte alla realtà. È impensabile concepire una società dove esistano soltanto diritti senza doveri. Se il diritto è l’antitesi del dovere, è altrettanto vero che uno non può esistere senza l’altro. Dove c’è qualcuno che rivendica un diritto, c’è qualcun altro che deve soddisfare quel diritto.

In una democrazia autentica, che si fonda su principi morali e sociali condivisi, i diritti e i doveri devono viaggiare di pari passo. Ricevere è possibile solo se siamo disposti a dare, ed essere giusti e democratici significa offrire tanto quanto riceviamo. Tuttavia, questa consapevolezza sembra sfuggire sempre più nella nostra quotidianità.

Nella famiglia, nel lavoro, nella società, l’approccio dominante sembra orientato esclusivamente verso ciò che ci spetta. Rivendichiamo diritti con forza e convinzione, ma siamo meno disposti a riconoscere i nostri doveri. Esigiamo rispetto, ma quante volte lo offriamo? Reclamiamo equità, ma siamo pronti a essere giusti noi per primi? Nel mondo del lavoro, ad esempio, spesso chiediamo migliori condizioni, ma siamo disposti a impegnarci e a offrire il massimo per meritarle?

Questo squilibrio crea una cultura dell’egoismo sociale, dove la parola “diritto” viene utilizzata come scudo per giustificare pretese individuali, dimenticando che ogni diritto si basa su un reciproco dovere. Una democrazia non è semplicemente un sistema che garantisce diritti, ma un patto sociale che implica responsabilità condivise.

Se vogliamo costruire un mondo giusto e democratico, dobbiamo partire dal riconoscere questa verità fondamentale: dobbiamo dare prima di ricevere. Non si tratta di una mera questione morale, ma di una necessità pratica per creare equilibrio e armonia. Ogni diritto che rivendichiamo deve essere bilanciato dalla nostra disponibilità a contribuire al benessere comune.

Un mondo di soli diritti, privo di doveri, è destinato al caos e all’ingiustizia. Perché, senza doveri, i diritti diventano solo pretese vuote, e la società si trasforma in un’arena di egoismi contrapposti. È solo attraverso l’equilibrio tra dare e ricevere che possiamo costruire un mondo davvero democratico, dove la giustizia non sia una parola vuota, ma una realtà condivisa.