UNA GRANDE CONFEDERAZIONE NAZIONALE CHE UNISCA E SUPPORTI ARTIGIANI E PICCOLI IMPRENDITORI, CREANDO UN PROGETTO DURATURO E SIGNIFICATIVO CHE POSSA DIVENTARE UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER L’INTERO PANORAMA IMPRENDITORIALE ITALIANO.
In un’epoca in cui l’impegno collettivo e la dedizione sono fondamentali per il successo, la Confederazione Nazionale Artigiani e Piccoli Imprenditori (Co.N.A.P.I.) si distingue per la passione e lo spirito di sacrificio dei suoi membri. Ogni giorno, il team lavora con determinazione per realizzare una visione ambiziosa: creare una Grande Confederazione Nazionale che rappresenti e supporti efficacemente artigiani e piccoli imprenditori in tutta Italia.
Il senso di gratitudine e gioia è palpabile tra coloro che contribuiscono attivamente a questo progetto. La consapevolezza di essere parte integrante di un’iniziativa storica alimenta una motivazione che va oltre il semplice incentivo economico. È l’orgoglio di poter affermare, un giorno: “Facevo parte di quella squadra”.
La prospettiva di essere riconosciuti come i “padri costituenti” di un’organizzazione che farà scuola in un contesto spesso caratterizzato da mediocrità è un potente motore per l’azione. Questo sogno accomuna tutti coloro che hanno deciso di crederci fino in fondo, e un po’ anche chi lo ha fatto solo per un po’ .
La dedizione del team non è guidata da meri incentivi finanziari, ma da valori più profondi. È la volontà di creare qualcosa di duraturo, di significativo, che possa influenzare positivamente il tessuto imprenditoriale italiano.
Con il contributo di professionisti altamente qualificati, Co.N.A.P.I. Nazionale si impegna a offrire il meglio in termini di rappresentanza e servizi per artigiani e piccoli imprenditori. L’obiettivo è costruire un’organizzazione che non solo supporti le imprese associate, ma che diventi anche un modello di riferimento nel panorama nazionale.
Insieme, stiamo scrivendo una nuova pagina nella storia dell’imprenditoria italiana, guidati dalla passione, dall’orgoglio e dalla volontà di lasciare un segno indelebile.
GIOVANI ACCESSO AL CREDITO: UN FRENO ALL’ACQUISTO DELLA PRIMA CASA E ALLA CRESCITA DEL PAESE
Negli ultimi anni, l’Italia ha registrato un preoccupante calo demografico, una tendenza che nel 2024 ha visto il gap negativo tra nascite e morti estendersi anche alla media europea. Le implicazioni di questo fenomeno sono profonde e allarmanti, toccando questioni economiche, sociali e culturali. Tra i molti fattori che contribuiscono a questa crisi, emerge il tema cruciale dell’accesso al credito per i giovani, un nodo che ostacola non solo l’acquisto della prima casa, ma anche la formazione di nuove famiglie.
Sebbene si possa attribuire una parte della crisi demografica a una trasformazione culturale – con i giovani sempre meno inclini al matrimonio e alla genitorialità – è impossibile ignorare le difficoltà economiche e strutturali che impediscono a molti di costruirsi un futuro stabile. Tra queste, l’accesso al credito per l’acquisto della prima casa rappresenta uno degli ostacoli più significativi. Le condizioni del mercato immobiliare, l’aumento del costo della vita, e soprattutto l’atteggiamento restrittivo degli istituti bancari rendono spesso impossibile per i giovani ottenere un mutuo, specie in assenza di garanzie solide o di un sostegno familiare.
Questa situazione si inserisce in un contesto più ampio di disattenzione politica verso i temi della famiglia e della natalità. Le politiche a sostegno dei giovani e delle famiglie si sono spesso rivelate inefficaci o insufficienti, lasciando i cittadini a fronteggiare da soli le difficoltà legate alla precarietà lavorativa e alla mancanza di opportunità.
La politica italiana, pur riconoscendo formalmente l’importanza del sostegno alla famiglia, ha spesso fallito nel tradurre le dichiarazioni d’intenti in azioni concrete e incisive. Gli interventi legislativi si sono rivelati per lo più strumenti di propaganda, incapaci di risolvere il problema alla radice. Tra le poche misure adottate, la legge 147 del 2013 ha istituito un fondo per garantire le banche nel finanziamento fino al 50% dell’investimento per l’acquisto della prima casa. Questa iniziativa, rifinanziata recentemente dal governo fino al 2027, rappresenta un passo nella direzione giusta, ma rimane subordinata alla discrezionalità delle banche, che continuano a operare con criteri di selezione spesso rigidi e penalizzanti per i giovani senza garanzie solide.
Il sistema bancario, infatti, si dimostra sempre più interessato al profitto e al consolidamento del proprio potere economico-politico, trascurando il ruolo sociale che dovrebbe ricoprire nella gestione del risparmio. La Costituzione italiana, che riconosce l’importanza della funzione sociale del credito, sembra essere ignorata da un sistema bancario che tende a tutelare esclusivamente i propri interessi. Anche la Banca d’Italia, nel suo ruolo di controllore, fatica a esercitare un’efficace influenza sulle politiche creditizie, lasciando i giovani in balia di regole troppo restrittive e di tassi d’interesse sempre più elevati.
Per affrontare la crisi demografica e ridare speranza alle nuove generazioni, è fondamentale un cambio di paradigma che coinvolga sia la politica che il sistema bancario. Da un lato, occorre una maggiore attenzione legislativa verso il sostegno alle famiglie e ai giovani, con misure concrete che facilitino l’accesso al credito e incentivino la natalità. Dall’altro, le banche devono essere chiamate a rispettare il loro ruolo sociale, adottando criteri più inclusivi e trasparenti nella concessione dei finanziamenti.
Un esempio virtuoso potrebbe essere l’introduzione di strumenti di garanzia statale più forti, che vadano oltre il 50% attualmente previsto, rendendo meno rischioso per le banche finanziare giovani senza garanzie tradizionali. Inoltre, sarebbe opportuno incentivare tassi di interesse agevolati per i mutui prima casa, in modo da rendere l’acquisto di un’abitazione più accessibile anche a chi ha contratti di lavoro precari o stipendi più bassi.
La crisi demografica in Italia e in Europa non è solo una questione culturale, ma il risultato di difficoltà oggettive che impediscono ai giovani di progettare il futuro. L’accesso al credito per l’acquisto della prima casa è una delle principali sfide da affrontare, una sfida che richiede un’azione congiunta e coraggiosa da parte della politica e del sistema bancario. Senza interventi strutturali, il rischio è quello di alimentare ulteriormente un circolo vizioso fatto di precarietà, sfiducia e declino demografico, con conseguenze drammatiche per il tessuto sociale ed economico del Paese.
Esiste un lavoratore senza diritti, un operatore dell’economia che ogni giorno affronta sfide immense, senza la protezione di cui molti altri godono. Non ha malattia riconosciuta, non ha una paga minima garantita, né un orario massimo da rispettare. Lavora senza certezze, sapendo che anche il compenso, frutto della sua fatica, può essere messo in discussione. Addirittura, il suo patrimonio può svanire da un giorno all’altro.
Non ha diritto a ferie, non conosce il riposo. È il primo ad arrivare sul posto di lavoro e l’ultimo ad andarsene. Ci sono notti in cui rimane sveglio, sommerso dai conti e dalle preoccupazioni, senza straordinari, senza premi. Eppure non si lamenta, non alza la voce. Sorride, tira avanti e si rimbocca le maniche.
Se lo fa, è perché è innamorato del suo lavoro. È mosso dall’orgoglio di creare, di costruire qualcosa di suo, di contribuire alla società con le proprie idee e il proprio impegno. È un Imprenditore.
Essere imprenditori non è solo un lavoro, è una missione. Una vocazione che chiede tutto, ma che dà in cambio la soddisfazione di vedere crescere ciò che si è costruito con le proprie mani. Dietro ogni impresa c’è una storia di sacrificio e coraggio. E dietro ogni imprenditore c’è una persona che lotta ogni giorno, spesso nell’ombra, per dare vita al proprio sogno.
LA FORZA DELLA FEDELTA’: TRA DEVOZIONE, SACRIFICIO E VERITA’
La fedeltà è un vincolo profondo, un legame che supera la convenienza e abbraccia l’essenza stessa della riconoscenza. È un valore che prende forme diverse, ma che porta con sé lo stesso peso: un camorrista è fedele al suo clan, pronto a perdere la vita pur di non tradire. Un religioso dedica ogni istante della sua esistenza al servizio della Chiesa. Una donna che ama giura fedeltà al suo uomo, scegliendo l’unione al di sopra di tutto.
La fedeltà non è solo un dovere, è un dono che nasce dal rispetto e dalla gratitudine verso ciò che abbiamo scelto di amare o servire. Ma quando questo sentimento si spezza, qualcosa di oscuro si innesca: il rancore prende forma, l’odio si manifesta senza controllo, e ciò che prima era amore si trasforma in un ciclo di rabbia e vendetta. È la morte dell’amore, la fine di ciò che era autentico e puro.
Il tradimento, invece, è una scorciatoia illusoria, una fuga da ciò che richiede coraggio e coerenza. È un atto da codardi, tipico di chi manca di carattere, di chi rinuncia al certo per inseguire l’incertezza. Tradire significa distruggere non solo chi si ama, ma anche se stessi, perdendo la dignità che rende l’essere umano degno di rispetto.
Essere fedeli è una scelta forte, che richiede volontà e sacrificio. È un atto che costruisce e rafforza, mentre il tradimento non è altro che un passo verso il vuoto. La fedeltà è un faro, un valore che illumina la strada anche nei momenti più bui, per chi ha il coraggio di percorrerla.
IL LAVORO E’ UN DIRITTO DA PROTEGGERE E UN DOVERE DA RISPETTARE
Il lavoro, come sancito dalla Costituzione Italiana all’articolo 1, è un diritto fondamentale su cui si fonda la Repubblica. È uno strumento essenziale per garantire dignità, indipendenza e realizzazione personale a ogni individuo. Ma il lavoro non è solo un diritto: è un equilibrio tra ciò che il lavoratore ha il diritto di ricevere e ciò che, in quanto parte integrante di una comunità aziendale, è tenuto a dare.
Il principio costituzionale che tutela il lavoro non si limita a riconoscerlo come diritto, ma ne definisce anche le condizioni essenziali: deve essere svolto in un ambiente sicuro, deve rispettare la dignità della persona e deve essere equamente retribuito. Uno stipendio giusto e proporzionato, insieme alla sicurezza e al rispetto, rappresenta il cuore di un rapporto lavorativo corretto. È doveroso combattere lo sfruttamento del lavoro, le condizioni di asservimento e ogni forma di abuso che porti il lavoratore a perdere la propria dignità.
Ma la tutela del lavoro deve includere anche la consapevolezza che ogni diritto comporta dei doveri. Il lavoratore, all’interno di un’azienda, ha delle responsabilità verso il datore di lavoro e verso l’organizzazione nel suo insieme. Non si tratta solo di adempiere alle mansioni previste, ma di mantenere un atteggiamento di rispetto e correttezza, al pari di quando si è ospiti in una casa: si rispetta l’ambiente, si riconosce il ruolo di chi ne è padrone e ci si comporta con considerazione.
Esattamente come è giusto combattere lo sfruttamento e gli abusi che minano la dignità del lavoratore, è altrettanto doveroso condannare le condotte scorrette da parte dei lavoratori, come approfittarsi della propria posizione per interessi personali o arrecare danno all’azienda. La lealtà è il fondamento di un rapporto di lavoro sano. Non esiste una realtà aziendale prospera senza un reciproco rispetto tra lavoratore e datore di lavoro, che siano legati da un contratto stabile o temporaneo.
Un ambiente di lavoro ideale si costruisce sul rispetto reciproco. Il datore di lavoro deve creare un contesto sicuro e dignitoso, riconoscendo ai lavoratori i loro diritti fondamentali. Il lavoratore, d’altra parte, deve onorare il proprio ruolo con impegno, rispetto e responsabilità. Solo così si può costruire un modello di lavoro equo e giusto, che rispetti i principi costituzionali e garantisca il benessere di tutte le parti coinvolte.
In definitiva, il lavoro non è solo un diritto da tutelare ma anche un dovere da rispettare. È un rapporto di equilibrio, dove la dignità e il rispetto, da entrambe le parti, sono la chiave per costruire una società più giusta e una comunità lavorativa solida e responsabile.
L’ILLUSIONE DEL “DIRITTO PER TUTTI” SENZA RESPONSABILITA’ COLLETTIVA
Un mondo di soli diritti: il titolo è già di per sé un paradosso, un’utopia destinata a sgretolarsi di fronte alla realtà. È impensabile concepire una società dove esistano soltanto diritti senza doveri. Se il diritto è l’antitesi del dovere, è altrettanto vero che uno non può esistere senza l’altro. Dove c’è qualcuno che rivendica un diritto, c’è qualcun altro che deve soddisfare quel diritto.
In una democrazia autentica, che si fonda su principi morali e sociali condivisi, i diritti e i doveri devono viaggiare di pari passo. Ricevere è possibile solo se siamo disposti a dare, ed essere giusti e democratici significa offrire tanto quanto riceviamo. Tuttavia, questa consapevolezza sembra sfuggire sempre più nella nostra quotidianità.
Nella famiglia, nel lavoro, nella società, l’approccio dominante sembra orientato esclusivamente verso ciò che ci spetta. Rivendichiamo diritti con forza e convinzione, ma siamo meno disposti a riconoscere i nostri doveri. Esigiamo rispetto, ma quante volte lo offriamo? Reclamiamo equità, ma siamo pronti a essere giusti noi per primi? Nel mondo del lavoro, ad esempio, spesso chiediamo migliori condizioni, ma siamo disposti a impegnarci e a offrire il massimo per meritarle?
Questo squilibrio crea una cultura dell’egoismo sociale, dove la parola “diritto” viene utilizzata come scudo per giustificare pretese individuali, dimenticando che ogni diritto si basa su un reciproco dovere. Una democrazia non è semplicemente un sistema che garantisce diritti, ma un patto sociale che implica responsabilità condivise.
Se vogliamo costruire un mondo giusto e democratico, dobbiamo partire dal riconoscere questa verità fondamentale: dobbiamo dare prima di ricevere. Non si tratta di una mera questione morale, ma di una necessità pratica per creare equilibrio e armonia. Ogni diritto che rivendichiamo deve essere bilanciato dalla nostra disponibilità a contribuire al benessere comune.
Un mondo di soli diritti, privo di doveri, è destinato al caos e all’ingiustizia. Perché, senza doveri, i diritti diventano solo pretese vuote, e la società si trasforma in un’arena di egoismi contrapposti. È solo attraverso l’equilibrio tra dare e ricevere che possiamo costruire un mondo davvero democratico, dove la giustizia non sia una parola vuota, ma una realtà condivisa.
Come consulente del lavoro, ho analizzato le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2025 (Legge n. 207/2025), che rappresenta una svolta significativa in ambito fiscale e contributivo per i redditi di lavoro subordinato. Le modifiche apportate avranno un impatto diretto sulle retribuzioni nette e richiedono un’attenta valutazione da parte di datori di lavoro e professionisti del settore per garantire una corretta applicazione delle norme e una gestione ottimale delle buste paga. Ecco le principali novità in evidenza: Aliquote IRPEF 2025 Le aliquote restano confermate come segue: • 23% per redditi fino a 28.000 euro; • 35% per redditi da 28.000 a 50.000 euro; • 43% per redditi superiori a 50.000 euro.
Detrazioni IRPEF 2025 Le formule per il calcolo delle detrazioni IRPEF rimangono invariate, con una modifica significativa: • Per redditi fino a 15.000 euro, l’importo massimo della detrazione aumenta da 1.880 euro a 1.955 euro.
Esonero Contributivo 2025 L’esonero generalizzato sulla quota IVS non è più applicabile dal 2025. Invece, diventa strutturale l’esonero parziale per le lavoratrici madri: • Valido per lavoratrici con due o più figli; • Esteso fino al compimento del decimo anno di età del figlio più piccolo, e dal 2027, fino al diciottesimo anno per madri di tre o più figli. • Limite reddituale: 40.000 euro annui imponibili. Indennità Aggiuntiva Viene riconosciuta un’indennità non imponibile ai redditi fino a 20.000 euro: • 7,1% per redditi fino a 8.500 euro; • 5,3% per redditi tra 8.500 e 15.000 euro; • 4,8% per redditi tra 15.000 e 20.000 euro. Detrazione Aggiuntiva Per redditi tra 20.000 e 40.000 euro, è prevista una detrazione aggiuntiva: • 1.000 euro per redditi fino a 32.000 euro; • Formula proporzionale per redditi da 32.000 a 40.000 euro.
Le modifiche introdotte dalla Legge di Bilancio 2025 evidenziano una tendenza a premiare le fasce di reddito medio-basso, favorendo in particolare i lavoratori con figli a carico e i redditi fino a 20.000 euro. In questo contesto, gli esoneri contributivi per le lavoratrici madri rappresentano una misura di sostegno strutturale significativa, ma con limiti di applicazione in base al reddito annuo imponibile. Per i datori di lavoro, queste novità comportano la necessità di rivedere con attenzione la gestione delle buste paga e di valutare l’impatto delle nuove disposizioni su eventuali accordi contrattuali, evitando di basarsi esclusivamente sul netto in busta paga a causa delle specificità fiscali e contributive introdotte. È inoltre importante sottolineare che i lavoratori con redditi complessivi fino a 20.000 euro beneficiano di un incremento diretto grazie all’introduzione dell’indennità aggiuntiva non imponibile. Per i redditi superiori, la detrazione aggiuntiva rappresenta un incentivo significativo, soprattutto per chi si colloca nella fascia tra 20.000 e 32.000 euro. La Legge di Bilancio 2025 si presenta come un importante strumento di ridefinizione delle politiche fiscali, con l’obiettivo di semplificare il sistema e favorire determinate categorie di lavoratori. Tuttavia, l’applicazione delle nuove norme richiede un’attenta pianificazione da parte di datori di lavoro e consulenti per evitare incongruenze e massimizzare i benefici fiscali.
ll giorno del giuramento di Donald Trump è stato un momento di grandi aspettative e ambiziosi annunci. Davanti a una folla in trepidazione, l’ex presidente ha delineato la sua visione di una nuova “Era dell’oro” per l’America. Un discorso intriso di promesse che hanno fatto sognare milioni di americani, proiettandoli verso un futuro luminoso.
Tra i punti salienti, Trump ha ribadito il suo impegno a riportare il Paese alla prosperità economica, ponendo l’accento sull’orgoglio nazionale e sulla supremazia tecnologica. Non è mancato uno sguardo rivolto verso le stelle: l’annuncio di un nuovo volo verso Marte ha catturato l’attenzione di tutti, strappando un sorriso a 36 denti a Elon Musk, il visionario imprenditore spaziale. Un segno che l’America non vuole più essere solo una potenza terrestre, ma anche cosmica.
Il punto più solenne del discorso, però, è stato l’impegno a porre fine alle guerre. Con parole cariche di gravità, Trump ha promesso di lavorare instancabilmente per un mondo più pacifico, chiudendo capitoli di conflitto che hanno segnato l’ultimo decennio. Un sogno di molti, che ora si traduce in una promessa politica: meno interventismo e più cooperazione globale.
Se queste parole si tradurranno in fatti, solo il tempo potrà dirlo. Per ora, resta l’immagine di un discorso carico di buone intenzioni, un messaggio di speranza per un’America che guarda al futuro con ambizione, determinazione e una visione oltre i confini del possibile.
Sta attirando l’attenzione internazionale l’iniziativa intrapresa dalla regione siciliana, in collaborazione con i sindaci di diversi piccoli comuni, di mettere in vendita case a prezzi simbolici, spesso a partire da soli 3 euro. Lo scopo è chiaro: ripopolare borghi periferici che negli ultimi decenni hanno visto un progressivo spopolamento, incentivando nuovi residenti, investimenti e attività economiche. Un progetto ambizioso, che ha risvegliato in molti il desiderio di una vita più semplice e a contatto con la natura.
Questa straordinaria offerta abitativa ha già spinto numerose famiglie, soprattutto straniere, a trasferirsi in Sicilia, attratte dalla bellezza dei paesaggi, dal clima mite e dall’opportunità di ristrutturare antiche abitazioni con costi contenuti. Ma non solo: l’avvento dello smart working ha contribuito in modo significativo al successo di questa iniziativa. Grazie alla possibilità di lavorare da remoto, sempre più persone stanno scegliendo di lasciare le grandi città per vivere in luoghi più tranquilli e meno costosi, pur mantenendo il proprio lavoro a distanza.
Il nuovo paradigma del lavoro, rappresentato dallo smart working, sta portando a cambiamenti radicali nella vita di molti lavoratori. Conapi Nazionali, la confederazione che rappresenta le piccole e medie imprese, ha sottolineato l’importanza di questa modalità lavorativa, definendola uno strumento contrattuale altamente innovativo, ormai integrato in molti contratti collettivi firmati dalla confederazione. La possibilità di lavorare da casa o da luoghi lontani dalle tradizionali sedi aziendali offre un doppio vantaggio: da un lato, migliora il benessere dei lavoratori, riducendo lo stress e i costi legati agli spostamenti; dall’altro, consente alle imprese di ottenere risultati migliori grazie a collaboratori più motivati e soddisfatti.
La possibilità di scegliere dove vivere, senza essere vincolati a un ufficio fisico, sta trasformando non solo la vita di singoli lavoratori, ma anche quella di interi territori, come dimostra il caso della Sicilia.
Grazie a queste politiche innovative, i piccoli borghi dell’isola stanno lentamente rinascendo. Le case vendute a pochi euro diventano abitazioni accoglienti, i centri storici tornano a riempirsi di vita, e le comunità locali vedono nuove opportunità di sviluppo. In un mondo che cambia rapidamente, questa iniziativa rappresenta un esempio virtuoso di come tradizione e innovazione possano andare di pari passo, offrendo nuove prospettive per il futuro di territori finora dimenticati.
Le storie di successo di piccoli imprenditori locali sono spesso meno visibili rispetto a quelle delle grandi aziende, ma non per questo meno significative. Anzi, dietro a ogni attività di quartiere che prospera c’è un intreccio di valori, sacrifici, relazioni personali e scelte coraggiose che meriterebbe di essere raccontato. Non si tratta solo di costruire un’azienda redditizia, ma di costruire un percorso di vita esemplare, fatto di equilibrio tra lavoro e vita privata, di capacità di creare rapporti autentici e di un’attitudine capace di suscitare emulazione e, talvolta, persino invidia.
Spesso, questi piccoli imprenditori riescono a costruire qualcosa di grande con mezzi limitati e in contesti complessi, mettendo al centro del loro operato il legame con la comunità locale. Si vedono panettieri che, con la loro dedizione, trasformano un semplice forno in un punto di riferimento per il quartiere, o artigiani che tramandano un mestiere antico, rinnovandolo con creatività e innovazione. Ogni impresa ha la sua storia unica, ma tutte hanno in comune il coraggio di partire da zero e la perseveranza di affrontare ogni sfida quotidiana.
La costruzione di un percorso imprenditoriale solido richiede non solo capacità professionali, ma anche una grande abilità nel gestire gli equilibri familiari e sociali. Il successo di molti piccoli imprenditori non si misura solo in termini di fatturato, ma nel rispetto e nella fiducia che riescono a guadagnarsi all’interno della comunità. Non è raro vedere generazioni di clienti affezionati che si affidano allo stesso negozio o laboratorio, non solo per la qualità dei prodotti e servizi, ma per il rapporto umano che si è creato nel tempo.
Queste storie esistono in ogni angolo d’Italia e rappresentano un patrimonio prezioso, fatto di impegno, autenticità e passione. Sarebbe bello, un giorno, poterle raccogliere e raccontare con calma, dando loro la visibilità che meritano. In un mondo sempre più globale e digitale, le storie di piccoli imprenditori locali ci ricordano che dietro ogni attività c’è sempre una persona, una famiglia e una comunità che ha creduto in un sogno e ha lavorato duramente per realizzarlo.
Questi racconti di vita non sono solo un esempio di successo economico, ma anche una lezione su come affrontare la vita con tenacia, onestà e spirito di servizio. Raccontarli richiede tempo, ma ogni minuto speso in questa direzione sarebbe un investimento prezioso, perché dare voce a queste storie significa ispirare nuove generazioni di imprenditori e rafforzare il tessuto sociale del nostro Paese.
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