Il 21 febbraio 2025 segna la nascita ufficiale di FormaIntesa, un nuovo Fondo Interprofessionale che rivoluziona la formazione in Italia. Il progetto, frutto di un lungo percorso iniziato nel 2012, nasce grazie all’accordo tra Conapi Nazionale e Confintesa Nazionale, con il supporto del Ministero del Lavoro. FormaIntesa si distingue per un approccio innovativo e inclusivo, mettendo al centro gli operatori locali e garantendo una gestione vicina alle esigenze delle imprese, in particolare le PMI. Con una governance democratica e una visione orientata alla crescita economica e sociale, FormaIntesa punta a rendere la formazione uno strumento cruciale per l’innovazione e la competitività.
Continua a leggereLA BCE TAGLIA ANCORA I TASSI: LA Co.N.A.P.I.. NAZIONALE BENE SE ANCHE LE BANCHE FANNO IL PROPRIO LAVORO
La Banca Centrale Europea ha ridotto il tasso ufficiale di sconto al 2,50%, una mossa accolta positivamente dalla Conapi Nazionale, che la considera utile per stimolare la crescita e proteggere il potere d’acquisto delle famiglie. Tuttavia, la Conapi esprime preoccupazione per il comportamento delle banche, temendo che possano rallentare la riduzione dei tassi e privilegiare gli investimenti in titoli di Stato invece di sostenere famiglie e imprese. La Confederazione sollecita un maggiore impegno delle banche nell’economia reale. È necessaria una vigilanza più attenta per garantire che le banche tornino a canalizzare i risparmi verso prestiti produttivi.
Continua a leggereCARNEVALE 2025: UN TRIONFO DI DOLCI TRADIZIONALI TRA COLORI, CORIANDOLI E SATIRA SOCIALE.
Il Carnevale 2025 celebra la tradizione con maschere, colori e dolci tipici come chiacchiere, frittelle e castagnole, che continuano a essere preparati con ingredienti tradizionali nonostante l’aumento dei costi. Le aziende hanno limitato l’incremento dei prezzi tra il 3% e il 5%, permettendo ai consumatori di godere delle prelibatezze senza sacrifici economici. Oltre ai dolci, i carri allegorici, con la loro satira sociale, trattano temi attuali come le guerre e le politiche economiche di Donald Trump. Il Carnevale 2025 riesce così a mescolare festeggiamenti, riflessioni sociali e tradizione.
Continua a leggereZELENSKY-TRUMP: UN INCONTRO-SCONTRO CHE NON PORTA ALLA PACE
Il confronto tra Zelensky e Trump, che molti speravano potesse avvicinare alla fine della guerra in Ucraina, si è rivelato infruttuoso. Le divergenze tra le visioni dei due leader sono emerse chiaramente: Trump ha ribadito la necessità di una “soluzione rapida” senza fornire dettagli concreti, mentre Zelensky ha richiesto un sostegno continuo per resistere all’aggressione russa, avvertendo contro una pace sbilanciata. L’articolo sottolinea che la pace non può dipendere solo dagli interessi politici, ma richiede un vero sforzo di mediazione e la volontà di trovare un compromesso sostenibile. La speranza è riposta nelle persone di buona volontà che continuano a lottare per la pace.
Continua a leggereLA Co.N.A.P.I. NAZIONALE PREOCCUPATA PER LE CONSEGUENZE ECONOMICHE DI EVENTUALI DAZI PER L’UE
LA Co.N.A.P.I. NAZIONALE MANIFESTA GRAVE PREOCCUPAZIONE PER LE RIPERCUSSIONI ECONOMICHE DEI POSSIBILI DAZI ANNUNCIATI DAGLI STATI UNITI. I SETTORI CHIAVE DELL’ ECONOMIA ITALIANA, COME L’EXPORT, LA MODA E L’ INDUSTRIA ALIMENTARE, RISCHIANO DI ESSERE FORTEMENTE DANNEGGIATI DA QUESTE DECISIONI PROTEZIONISTICHE.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha recentemente annunciato l’intenzione di imporre dazi del 25% sui prodotti europei, sostenendo che l’Unione Europea sia stata creata per “fregare gli Stati Uniti” . Questa dichiarazione ha scatenato preoccupazioni nei mercati finanziari europei, con borse in calo e timori diffusi tra gli investitori.
L’Italia, il cui export rappresenta circa il 40% del PIL, potrebbe subire ripercussioni significative da tali misure protezionistiche. Settori chiave come il Made in Italy, l’industria alimentare e la moda sono particolarmente esposti a queste potenziali tariffe . La Confederazione Nazionale Artigiani e Piccoli Imprenditori ( Co.N.A.P.I. Nazionale ) esprime preoccupazione, definendo l’annuncio di Trump “un attacco alle imprese e al lavoro ” e sottolinea il rischio di una “deindustrializzazione del nostro continente” .

La Commissione Europea ha dichiarato che l’UE “reagirà in modo fermo e immediato alle barriere ingiustificate al commercio libero ed equo” . Il vicepresidente della Commissione, Stéphane Séjourné, ha aggiunto che “gli ostacoli al commercio equo sono ingiustificati, soprattutto tra partner commerciali” .
Questa situazione evidenzia la necessità di soluzioni diplomatiche per evitare una guerra commerciale che potrebbe danneggiare entrambe le economie. È auspicabile che le parti coinvolte si concentrino su un dialogo costruttivo per risolvere le tensioni attuali e affrontare insieme sfide globali come la tutela dell’ambiente e la promozione della giustizia sociale.
L’APPARTENENZA: UN LEGAME INDISSOLUBILE
L’APPARTENENZA È UN LEGAME PROFONDO E VOLONTARIO CHE UNISCE L’INDIVIDUO A UN GRUPPO, UNA COMUNITÀ O UN’IDEA, RICHIEDENDO COERENZA, LEALTÀ E IMPEGNO. È UN’ESPERIENZA CHE SI COSTRUISCE GIORNO DOPO GIORNO, AFFRONTANDO INSIEME LE SFIDE E DIFENDENDO I VALORI COMUNI.
Il concetto di appartenenza è un aspetto fondamentale della vita umana. Esso rimanda all’idea di sentirsi parte di un gruppo, di una comunità, di un’idea o di un’ideologia. L’appartenenza non è semplicemente un fatto esterno, ma una scelta consapevole che crea un legame profondo e indissolubile con ciò che si decide di abbracciare.
Quando si sceglie di appartenere a qualcosa – che sia un gruppo sociale, una comunità, un’organizzazione o un’idea – si accetta di farne parte nel bene e nel male. Non si può decidere di essere parte di un gruppo solo quando le circostanze sono favorevoli o quando conviene. Al contrario, l’appartenenza richiede coerenza, lealtà e un senso di responsabilità che deve essere difeso e rivendicato sempre.
Far parte di un gruppo significa condividere valori, ideali e obiettivi comuni. Questo implica sostenerlo nei momenti di difficoltà, senza prendere le distanze alla prima critica o al primo ostacolo.

Ad esempio, immaginate un dipendente di un’azienda che, dopo aver scelto di lavorare in quel contesto, alla prima occasione di critiche o problemi si dissocia dall’organizzazione e prende le distanze dalle sue responsabilità. Questo comportamento non solo danneggia l’immagine dell’azienda, ma trasmette un messaggio di slealtà e incoerenza a chi osserva dall’esterno.
Non c’è atteggiamento peggiore che “sputare nel piatto dove si mangia”. Questa espressione popolare sottolinea l’importanza di riconoscere e valorizzare ciò di cui si fa parte, evitando di screditare il gruppo o l’organizzazione da cui si trae beneficio. Chi adotta un simile comportamento rischia di perdere credibilità, di essere screditato e isolato non solo dal gruppo di appartenenza, ma anche dalla società in generale.
L’appartenenza non deve essere vista come un vincolo imposto, ma come un impegno scelto liberamente, che porta con sé un senso di identità e di realizzazione personale. Solo attraverso la coerenza, la lealtà e la difesa costante dei valori condivisi, l’appartenenza diventa un’esperienza arricchente e costruttiva per il singolo e per la collettività.
L’OLIGARCHIA FINANZIARIA: UN BENE O UN PERICOLO?
LE BANCHE, UN TEMPO PILASTRI DELL’ ECONOMIA LOCALE, OGGI RISCHIANO DI DIVENTARE STRUMENTO DI DOMINIO PER POCHI COLOSSI FINANZIARI. L’OLIGARCHIA FINANZIARIA: UNA RISORSA PER TUTTI O UN PERICOLO PER IL FUTURO?
Le banche sono tra le istituzioni più potenti al mondo, e la loro forza risiede in un meccanismo semplice ma efficace: utilizzare il denaro dei risparmiatori per i propri investimenti. In teoria, il sistema bancario dovrebbe essere un motore dell’economia, garantendo credito a famiglie e imprese, sostenendo la crescita e favorendo l’innovazione. Tuttavia, negli ultimi vent’anni, abbiamo assistito a un fenomeno sempre più evidente: una concentrazione senza precedenti del potere bancario a livello globale.
I piccoli istituti stanno scomparendo, assorbiti da colossi finanziari che diventano sempre più grandi e dominanti. Oggi, le principali banche mondiali si contano sulle dita di una mano e continuano a rafforzarsi, spesso con il tacito consenso della politica. Questo porta inevitabilmente a una riflessione: questa oligarchia finanziaria è un vantaggio per tutti o rappresenta un pericolo?
In un mondo dove tutto è tracciato e l’uso del contante è sempre più limitato, la libertà di scelta dei cittadini sulla gestione del proprio denaro si riduce drasticamente. Se il capitale è obbligatoriamente depositato in banca e le alternative sono sempre meno, allora non si tratta più di una raccolta basata su un’offerta di interessi competitiva, ma di un sistema imposto a vantaggio di pochi.

I grandi gruppi bancari, grazie alla loro posizione dominante, non solo decidono le condizioni di accesso al credito, ma influenzano direttamente l’intero mercato finanziario e, indirettamente, la politica economica degli stati.
Un tempo, le banche avevano una funzione anche sociale: aiutavano l’economia locale, finanziavano le piccole imprese, sostenevano le famiglie nell’acquisto della casa, permettevano ai giovani di investire nel proprio futuro. Oggi questa missione sembra sempre più lontana. I criteri di concessione dei prestiti sono sempre più rigidi e selettivi, spesso orientati più alla sicurezza degli istituti che al sostegno dello sviluppo economico reale.
Se il sistema bancario diventa esclusivamente un business per massimizzare i profitti, chi si occuperà di garantire il credito a chi ne ha realmente bisogno? Dovrà intervenire lo Stato? E se sì, con quali strumenti? Creando banche pubbliche? Regolamentando in modo più stringente il settore finanziario?
Un aspetto che non si può ignorare è che, in un contesto di oligarchia finanziaria, chi possiede grandi capitali ha sempre più vantaggi, mentre chi ne ha meno si trova in difficoltà. Le piccole e medie imprese, che costituiscono il tessuto economico di molti paesi, fanno sempre più fatica ad accedere al credito, mentre le multinazionali possono godere di condizioni finanziarie estremamente vantaggiose grazie ai loro rapporti privilegiati con le grandi banche.

Inoltre, la speculazione finanziaria ha preso il sopravvento sull’economia reale. Sempre più risorse vengono indirizzate verso operazioni speculative piuttosto che verso investimenti produttivi. Questo fenomeno non fa altro che aumentare le disuguaglianze e ridurre le possibilità di crescita per chi parte da una posizione di svantaggio.
Le domande rimangono molte e le risposte non sono semplici. Ma alcune riflessioni sono inevitabili:
• È giusto che il sistema bancario sia sempre più concentrato nelle mani di pochi?
• Esiste un punto di equilibrio tra il profitto degli istituti e il benessere collettivo?
• Lo Stato dovrebbe intervenire per riequilibrare il sistema o rischierebbe di distorcere il mercato?
Quello che è certo è che il mondo finanziario ha un potere enorme e, se lasciato senza regole, rischia di trasformarsi in un sistema chiuso e autoreferenziale, dove la ricchezza si concentra nelle mani di pochi e le opportunità per gli altri diminuiscono sempre di più. Se la funzione sociale delle banche è scomparsa, chi si prenderà cura di sostenere l’economia reale? Forse è arrivato il momento di chiedersi se vogliamo che la finanza sia uno strumento al servizio della società o se, al contrario, dobbiamo accettare di essere noi al servizio della finanza.
I GRANDI VIVONO DOPO
LA GRANDEZZA SPESSO VIENE RICONOSCIUTA SOLO DOPO LA MORTE, QUANDO IL VALORE DELLE PERSONE E DELLE LORO AZIONI EMERGE IN TUTTA LA SUA FORZA. ANCHE SE IL RICONOSCIMENTO PUÒ ESSERE POSTUMO, CIÒ CHE CONTA È VIVERE IN MODO TALE CHE IL NOSTRO PASSAGGIO ABBIA UN IMPATTO DURATURO SULLA SOCIETÀ
La storia ci insegna che la grandezza, spesso, viene riconosciuta solo dopo la morte. Intellettuali, politici, storici, scienziati e figure carismatiche di ogni epoca hanno lasciato un segno indelebile, ma la piena comprensione del loro valore è avvenuta, in molti casi, solo postuma. Questo fenomeno sembra quasi una regola non scritta: bisogna morire per essere apprezzati.
Pensiamo a personaggi come Che Guevara, il rivoluzionario argentino che, da vivo, era visto come un nemico da molti governi e un simbolo da pochi, mentre oggi è un’icona globale del pensiero ribelle e della lotta per la giustizia sociale. Oppure Lenin, che ha plasmato la Russia sovietica e il cui pensiero continua a influenzare il dibattito politico mondiale, nonostante le trasformazioni della storia.
E poi c’è Benito Mussolini, la cui figura continua a dividere l’opinione pubblica: da un lato criticato per il regime fascista, dall’altro oggetto di studi, riscoperto e rivalutato da alcuni come leader capace di visioni politiche innovative. Lo stesso vale per Silvio Berlusconi, il cui ruolo nella politica italiana e nel mondo imprenditoriale è ancora oggi al centro di analisi e discussioni.
Questi uomini non sono scomparsi con la loro morte. Al contrario, la loro influenza continua a modellare la società, il pensiero collettivo e le istituzioni.

La memoria li rende immortali, e spesso il tempo mitizza o ridimensiona le loro gesta, permettendo una rilettura più oggettiva o più idealizzata della loro vita.
Non solo i leader politici o i grandi intellettuali, ma anche persone comuni che hanno saputo lasciare un segno nelle loro comunità, continuano a vivere nel ricordo di chi li ha conosciuti. Un maestro che ha ispirato generazioni di studenti, un medico che ha curato con dedizione, un artista che ha dato voce ai sentimenti di un’epoca: tutti questi individui, se hanno saputo farsi amare e lasciare un’eredità significativa, non vengono mai davvero dimenticati.
Il paradosso è che spesso il riconoscimento più autentico arriva quando la persona non può più goderselo. È quasi una condanna dell’umanità: apprezziamo davvero il valore di qualcuno solo quando ci rendiamo conto di cosa abbiamo perso.
In un’epoca dominata dai social media e dalla comunicazione istantanea, questa dinamica è ancora più evidente. Il ricordo di un grande personaggio viene continuamente alimentato da documentari, libri, film e tributi. La storia è una maestra severa: cancella chi non ha lasciato un segno, ma perpetua chi ha saputo costruire qualcosa di duraturo.
Dunque, sì, in un certo senso bisogna morire per essere apprezzati. Ma il vero obiettivo non è cercare il riconoscimento postumo, bensì vivere in modo tale che il nostro passaggio su questa terra abbia avuto un senso. Essere utili agli altri, lasciare un’idea, un’azione, un’influenza positiva: ecco cosa rende un uomo immortale.
TECNOLOGIA E SERVIZI: DAVVERO VIVIAMO MEGLIO?
LA TECNOLOGIA PROMETTE DI SEMPLIFICARE LA VITA, MA IN MOLTI CASI RISULTA UNA SOURCE DI FRUSTRAZIONE. L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E L’AUTOMAZIONE HANNO RIMOSSO IL CONTATTO UMANO, CREANDO OSTACOLI E ALLUNGANDO I TEMPI DI RISOLUZIONE DEI PROBLEMI.
Viviamo nell’epoca del self-service digitale, dove tutto è a portata di mano grazie alla tecnologia. Banche, utenze telefoniche, pubblica amministrazione e servizi di ogni genere ci offrono piattaforme online e assistenza virtuale per semplificare la nostra vita. Ma è davvero così? La realtà, spesso, è ben diversa.
L’intelligenza artificiale e l’automazione hanno preso il posto delle interazioni umane nei servizi di massa. I chatbot e i centralini automatici dovrebbero snellire le pratiche, ma spesso creano frustrazione e ostacoli. Le grandi aziende hanno ridotto i costi di gestione eliminando il personale umano, aumentando i profitti, ma lasciando i clienti in balia di sistemi inefficienti.
La promessa della tecnologia è quella di velocizzare e semplificare, ma nella realtà spesso complica e rallenta. Chiunque abbia avuto a che fare con un’assistenza clienti sa quanto sia difficile parlare con un operatore umano e quanto tempo si perda tra risponditori automatici, email senza risposta e procedure burocratiche incomprensibili.

Un caso emblematico è quello delle utenze telefoniche, dove il cliente non è più un soggetto da tutelare, ma un numero in un database, gestito da un algoritmo che prende decisioni basate su dati anziché sulle reali esigenze delle persone.
Un esempio concreto? Dopo 14 mesi di attesa per l’attivazione di un contratto telefonico, il cliente è ancora senza servizio, nonostante abbia pagato regolarmente le bollette. Il venditore è sparito, il sistema di assistenza è un muro invalicabile e, dopo ore al telefono, l’unico tecnico disponibile non può completare l’installazione per mancanza di codici. Chi dovrebbe fornirli? Il venditore fantasma. Chi può risolvere il problema? Nessuno.
Il problema non è la tecnologia in sé, ma come viene utilizzata. Invece di essere un mezzo per migliorare il servizio, è diventata un modo per le aziende di ridurre i costi, eliminando il contatto umano e scaricando la responsabilità sul cliente. Il risultato?

Un servizio scadente, con tempi di attesa interminabili e nessuna garanzia di risoluzione dei problemi.
Molti servizi digitalizzati non sono progettati per aiutare il cittadino, ma per ottimizzare i guadagni aziendali. L’utente viene lasciato solo davanti a un’interfaccia fredda e impersonale, senza interlocutori reali a cui affidarsi.
Perché la tecnologia sia davvero un progresso, deve essere uno strumento al servizio delle persone, non un ostacolo. Le aziende devono investire in un’assistenza clienti più umana, garantendo la possibilità di parlare con operatori reali in caso di problemi complessi. L’innovazione non deve significare disumanizzazione.
Fino a quando le aziende continueranno a vedere la tecnologia solo come un mezzo per ridurre i costi a discapito della qualità, continueremo a vivere in un mondo dove risolvere un problema diventa un’odissea. Il progresso vero è quello che semplifica, non quello che complica.
SANREMO E LA RIVOLUZIONE DEL MERCATO DISCOGRAFICO: UN’ ONDATA DI SUCCESSO TRA STREAMING E NUOVE PROSPETTIVE DI LAVORO
SANREMO, SIMBOLO INDISCUSSO DELLA MUSICA ITALIANA, HA SAPUTO ADATTARSI ALLE TRASFORMAZIONI DEL MERCATO DISCOGRAFICO, DIVENENDO UN ACCELERATORE DI ASCOLTI DIGITALI GRAZIE AL BOOM DELLO STREAMING. CON L’AUMENTO DELLE OPPORTUNITÀ DI LAVORO, IL FESTIVAL SI CONFERMA CENTRALE, MA LE SFIDE LEGATE ALLA REGOLAMENTAZIONE DEL SETTORE MUSICALE RICHIEDONO L’ADOZIONE DI NUOVE NORME, COME QUELLE DISCUSSE DALLA Co.N.A.P.I NAZIONALE, PER GARANTIRE MAGGIORE STABILITÀ E TUTELA PER I LAVORATORI DEL SETTORE.
Il Festival di Sanremo non è solo un evento musicale, ma un fenomeno culturale e commerciale che negli ultimi anni ha ridefinito il mercato discografico italiano. Con il boom dello streaming e l’aumento degli ascolti, la manifestazione ha assunto un ruolo centrale nella promozione della musica italiana, dando un impulso decisivo all’industria musicale. Allo stesso tempo, la trasformazione del settore pone nuove sfide in termini di regolamentazione del lavoro, come evidenziato dai recenti incontri della Co.N.A.P.I Nazionale a Roma, dove si è discusso della necessità di un contratto collettivo innovativo per il comparto musicale e dello spettacolo.
Negli ultimi cinque anni, il Festival di Sanremo ha dimostrato di essere un acceleratore straordinario per gli ascolti digitali. Se un tempo il successo di una canzone si misurava con le vendite dei CD o con i passaggi radiofonici, oggi le piattaforme di streaming come Spotify, Apple Music e YouTube sono diventate il vero termometro del gradimento del pubblico.
Basti pensare che, nell’ultima edizione, molte delle canzoni in gara hanno raggiunto milioni di ascolti in pochi giorni, entrando immediatamente nelle classifiche globali di Spotify. Questo trend si è consolidato anno dopo anno, a dimostrazione di come Sanremo sia ormai una vetrina imprescindibile per gli artisti, dai giovani emergenti ai grandi nomi della musica italiana.

Oltre ai numeri in streaming, il Festival ha avuto un impatto positivo anche sulle vendite dei vinili e dei CD, che, sebbene in calo rispetto al passato, hanno registrato picchi di acquisto proprio nei giorni successivi alla kermesse. L’effetto Sanremo si riflette anche sulle visualizzazioni su YouTube, con videoclip che in pochi giorni raggiungono cifre record.
L’effetto trainante del Festival si estende ben oltre la settimana di gara. La manifestazione funge da volano per tutto il settore musicale, con ricadute positive anche per l’industria dei concerti, delle radio e delle trasmissioni televisive.
Uno degli elementi chiave del successo è la capacità di Sanremo di intercettare le nuove tendenze musicali. Negli ultimi anni, il Festival ha dato spazio a generi come il rap, l’indie e l’urban, avvicinando un pubblico più giovane e contribuendo a rendere il mercato discografico italiano più dinamico e variegato.
I dati confermano questo fenomeno: le canzoni sanremesi dominano le classifiche per mesi, generando milioni di interazioni sui social e mantenendo viva l’attenzione del pubblico. Questa esposizione prolungata permette agli artisti di consolidare il proprio brand e aumentare il proprio valore commerciale, sia in termini di vendite che di opportunità lavorative, come collaborazioni, contratti discografici e partecipazioni a festival internazionali.
L’evoluzione del mercato musicale e dello spettacolo ha portato alla luce una problematica fondamentale: la mancanza di un contratto collettivo nazionale di lavoro specifico per il settore.

Di recente, la Co.N.A.P.I Nazionale ha organizzato una serie di incontri presso la sede di via Nazionale a Roma, coinvolgendo i principali esponenti dell’industria discografica per discutere la creazione di una federazione nazionale che raggruppi le aziende italiane attive nel mondo della musica e dello spettacolo. L’obiettivo è rispondere a un’esigenza sempre più sentita: una regolamentazione chiara e innovativa che tuteli sia le aziende che i lavoratori del settore.
Negli ultimi anni, il mondo dello spettacolo ha subito una trasformazione radicale:
• La crescita esponenziale dello streaming ha cambiato le dinamiche economiche del settore, influenzando anche il lavoro degli artisti e dei professionisti della musica.
• Il settore live ha subito profonde modifiche, con nuove modalità di fruizione degli eventi (concerti in streaming, esperienze digitali immersive, biglietti NFT).
• La precarietà lavorativa è diventata una questione centrale: molti professionisti dello spettacolo lavorano senza garanzie contrattuali adeguate, nonostante il boom dell’industria musicale.

Per queste ragioni, la creazione di un contratto collettivo nazionale è vista come un passo fondamentale per stabilire regole più chiare e offrire maggiore stabilità a chi opera nel settore. Un accordo innovativo potrebbe prevedere:
• Nuove forme di tutela per artisti, tecnici e operatori dello spettacolo
• Definizione di compensi adeguati per le nuove modalità di fruizione musicale
• Maggiori garanzie contrattuali per chi lavora nel mondo dello streaming e dei contenuti digitali
Sanremo si conferma ogni anno non solo come un evento musicale, ma come un punto di riferimento per l’intero settore discografico italiano. La sua capacità di trainare l’industria musicale, di influenzare le tendenze di ascolto e di valorizzare nuovi talenti lo rende un asset strategico per il mercato musicale.
Tuttavia, l’evoluzione del settore impone una rivisitazione delle regole del mercato del lavoro, per garantire una maggiore sostenibilità economica sia per le aziende che per i lavoratori. Il confronto avviato dalla Co.N.A.P.I Nazionale rappresenta un primo passo in questa direzione, con l’obiettivo di creare un ecosistema musicale più equo, trasparente e innovativo.
Se Sanremo ha saputo adattarsi ai cambiamenti del mercato musicale, ora è il momento che anche il settore dello spettacolo trovi nuove soluzioni per affrontare il futuro con maggiore sicurezza e stabilità.