Guerra commerciale di Trump: autogol USA, danni globali. Protezionismo, uguale a recessione. Serve cooperazione.
Mentre il pianeta affronta sfide sempre più complesse—dal cambiamento climatico alla crisi alimentare, dalle epidemie globali alle catastrofi naturali—i leader delle grandi potenze continuano a giocare con la geopolitica come se fosse una partita a guardie e ladri. La guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump, più che rafforzare l’economia americana, rischia di ritorcersi contro gli stessi Stati Uniti, colpendo duramente l’industria, i lavoratori e i consumatori.
Non sono semplici speculazioni: illustri economisti mettono in guardia dai pericoli di una politica economica basata su dazi, ritorsioni e barriere protezionistiche. La storia ha già dimostrato che il protezionismo sfrenato porta solo a recessioni, instabilità finanziaria e un deterioramento dei rapporti diplomatici. Eppure, sembra che la lezione non sia mai stata appresa.

Abbiamo già pagato un prezzo altissimo per la mediocrità mentale di chi ha creduto che con la forza e la sottomissione si potessero risolvere i problemi economici e sociali. Le guerre, le crisi finanziarie e le recessioni del passato sono state il risultato di una visione miope del potere: l’idea che il dominio su un altro popolo o su un mercato potesse garantire sicurezza e prosperità. In realtà, la violenza economica ha sempre generato nuove forme di conflitto, alimentando un circolo vizioso che ha attraversato le generazioni.
Oggi, più che mai, è evidente che una sana economia non può esistere senza pace, né nei rapporti tra gli Stati né nelle politiche interne. Il mondo ha bisogno di cooperazione, non di divisioni. La condivisione delle conoscenze, delle risorse e delle esperienze non impoverisce nessuno, anzi, crea opportunità per tutti. Un mercato libero e sostenibile deve essere inclusivo e solidale, perché nessuna nazione può prosperare isolandosi o schiacciando gli altri.

Eppure, mentre affrontiamo emergenze globali senza precedenti—l’inquinamento atmosferico, la crescita demografica senza un’equa distribuzione delle risorse, le epidemie che minacciano la sopravvivenza umana, gli eventi climatici estremi—ci troviamo ancora a perdere tempo in dispute economiche dannose. Si continua a trattare la politica internazionale come un’arena di scontri e vendette, ignorando le vere priorità del nostro tempo.
La guerra commerciale di Trump, se non verrà fermata, potrebbe non solo danneggiare l’economia americana ma destabilizzare l’intero sistema globale. Non possiamo più permetterci leader che vedono il mondo come un campo di battaglia invece che come una comunità interconnessa. È il momento di costruire ponti, non di alzare muri. E soprattutto, di smettere di ripetere gli stessi errori del passato.